A PADOVA SI RICORDANO LE VITTIME DEL DOVERE – Sindacato Autonomo di Polizia

A PADOVA SI RICORDANO LE VITTIME DEL DOVERE

IN RICORDO DI ARNALDO TREVISAN Il 16 maggio 1988 di fronte alla stazione ferroviaria di Padova veniva barbaramente trucidato da un rapinatore l’Agente della Polizia di Stato Arnaldo Trevisan....

IN RICORDO DI ARNALDO TREVISAN

Il 16 maggio 1988 di fronte alla stazione ferroviaria di Padova veniva barbaramente trucidato da un rapinatore l’Agente della Polizia di Stato Arnaldo Trevisan. Quella mattina Arnaldo e Rossano, componenti la Volante 1, avevano intercettato un rapinatore che poco prima aveva assaltato armi in pugno assieme ad un complice l’ufficio postale della vicina via Lando. Costui, dopo una fuga a piedi, aveva trovato rifugio all’interno di un autobus della linea “3” in partenza dal piazzale della stazione, tentando di confondersi tra i passeggeri. All’arrivo della Volante, mentre Rossano effettuava una ricognizione del piazzale, Arnaldo individuava il balordo sull’autobus. Nel farlo scendere, l’assassino fu più rapido di lui e scaricò l’intero tamburo di una 357 Magnum addosso al Collega.

2) STRAGE SCARICATORE

Si chiamavano Enea Codotto e Luigi Maronese: il primo appuntato, il secondo brigadiere dei Carabinieri in servizio a Padova presso il Nucleo Operativo Radio Mobile.

E’ la sera del 5 febbraio 1981, una sera fredda e limpida tipicamente invernale. I due carabinieri prendono regolarmente servizio a bordo della Radiomobile con sigla radio “Eden 6”: sono giorni convulsi, soprattutto a Padova dove il terrorismo di sinistra quotidianamente dà filo da torcere alle Forze dell’Ordine. Come non bastasse, ci sono anche quei pazzi dei Nuclei Armati Rivoluzionari, quattro mentecatti di estrema destra che si sono messi a sparare, a trafficare con le armi e a organizzare attentati. C’è già stata Bologna, l’estate precedente: più di 80 morti, oltre 200 feriti per una bomba che in quel periodo tutti indicano di matrice neofascista.
L’Alfetta dei CC inizia il suo servizio di pattugliamento: Luigi Maronese, attento capopattuglia, è uno che sa fare bene il suo mestiere. Poco tempo prima a Rimini aveva sventato da solo una rapina in una gioielleria freddando uno dei banditi: per questa eroica impresa aveva guadagnato il grado di vice brigadiere per merito di servizio. Enea Codotto, l’autista, è un altro che sa lavorare bene: il suo foglio matricolare è zeppo di lodi e compiacimenti per operazioni di servizio: insomma, un giovane e brillante appuntato, per di più prossimo al matrimonio.
Verso le 21:30 di quella sera “Eden 6” sta percorrendo il lungargine Ziani: si tratta di un lungo rettilineo parallelo al canale Scaricatore che congiunge il quartiere Facciolati con quello della Guizza; dall’altra parte del canale c’è il corrispondente tratto di argine, quest’ultimo non asfaltato e rifugio per tossici e coppiette in cerca di intimità. L’Alfetta percorre lungargine Ziani a velocità ridotta: il brigadiere Maronese nota dall’altra parte del corso d’acqua uno strano movimento. Non è il solito andirivieni di balordi, sembra che ci sia qualcuno proprio dentro al canale, nei pressi della riva. Ordina all’appuntato Codotto di raggiungere ponte Quattro Martiri e di entrare nel tratto sterrato per fare il controllo.

“Due-venti dalla Eden 6, ci portiamo sul lungargine Scaricatore, abbiamo avvistato qualcosa di sospetto”

“Ricevuto, Eden 6. Prudenza e fateci sapere subito”

“Due-venti dalla Eden 8, ci avviciniamo anche noi in ausilio”

“Ricevuto, Eden 8”

Queste furono le ultime comunicazioni radio registrate dalla “Due-venti”, la sala operativa dei CC di Padova.
L’Alfetta di Codotto e Maronese imbocca lo sterrato a passo d’uomo: i ragazzi hanno già le Beretta in mano, Maronese addirittura prende l’Emme12. Arrivano nei pressi di due grossi platani, scandagliando con il faro orientabile sul tettuccio lo specchio d’acqua sospetto e la relativa riva. Eccoli là, due uomini immersi in acqua che cercano di nascondersi malamente tra i canneti!

“Fermi dove siete!! Carabinieri!!” intima Maronese scendendo dalla macchina. Per tutta risposta, dal canneto arriva una prima raffica di mitra che centra l’Alfetta ferendo entrambi i Carabinieri. Questi ultimi, tuttavia, riescono a scendere e a rispondere al fuoco: Codotto con la sua 92S, Maronese con una raffica di M12. Urla, spari. Un primo momento di calma e poi ancora l’inferno. I due Carabinieri sono a terra, feriti gravi. Non riescono nemmeno a far partire l’allarme della radio. Qualcuno risale l’argine: è un individuo vestito con una muta da sub. Impugna una Colt 1911A1 cal. 45, raggiunge i due Carabinieri e spara loro un colpo in testa. Uno a testa, il colpo di grazia. Poi, via di corsa, zoppicando per via di quei due colpi di mitra che Maronese gli ha infilato in una gamba.

L’equipaggio di Eden 8 ariva pochi istanti dopo. E trova il massacro: entrambi i colleghi deceduti, gli hanno pure portato via le armi d’ordinanza, questi bastardi….
L’allarme rimbalza furioso e disperato ovunque: Padova, il Veneto, poi tutta Italia sanno che due Angeli sono stati trucidati. Lungo la riva dell’argine vengono ritrovati alcuni borsoni pieni zeppi di armi, munizioni ed esplosivo, La pista dei NAR viene privilegiata fin da subito.

L’appuntato Antonio Niedda

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA

Sono le 6:20 del 4 settembre 1975.
Alla caserma della Polizia Stradale “Milliava” di Padova c’è un giovane appuntato di pubblica sicurezza che sta per prendere servizio. Si chiama Antonio Niedda. E’ comandato con orario 7 – 13 e lui, come sempre, è arrivato al lavoro in largo anticipo. E’ un preciso, Antonio: uno che tiene alla sua forma fisica e che ogni giorno approfitta della pista di atletica leggera dell’adiacente reparto Celere per la consueta corsetta. Poi una bella doccia. Infine, l’adorata Uniforme con i Centauri. Si prepara con la stessa meticolosità con cui sovrintende ad ogni compito che gli viene assegnato: l’Uniforme estiva atlantica, ancora il modello a maniche lunghe e con la cravatta, deve essere impeccabile. Un’ultima lucidata agli stivali e poi giù in cortile a prendere in consegna il mezzo di servizio che allestisce con precisione quasi maniacale: un vecchio furgone Fiat 238 con la livrea grigio-verde, carico di materiale per viabilità e rilievo di incidenti stradali.
Arriva anche Armando, il suo maresciallo capo-pattuglia. Si reca al corpo di guardia per ritirare le consegne del giorno; dopo averle lette, il suo sguardo si incupisce. Raggiunge Antonio al lavaggio auto proprio mentre lui sta finendo di asciugare il furgone, in testa mille pensieri…
“Antonio, carica in macchina anche i giubbetti e i M.A.B., che oggi ci tocca l’antirapina”.
Padova da qualche anno non è più la stessa: da sonnacchiosa cittadina di provincia è balzata agli onori della cronaca nera per essere diventata una delle “capitali” del terrorismo eversivo. Uno dei suoi “cattivi maestri”, Antonio “Toni” Negri, insegna alla vicina facoltà di Scienze Politiche. E la politica è alla base degli ormai quotidiani scontri di piazza che vedono i colleghi del 2° Celere impiegati senza sosta non solo lì, ma in tutta Italia. In più, vi sono delinquenti comuni sempre più agguerriti che scorrazzano per le strade sparando senza misericordia. Gli stessi terroristi hanno capito che per finanziare le loro malefatte è molto più conveniente rapinare una banca o un portavalori che rapire un industriale.
Antonio obbedisce all’ordine senza discutere. Del resto, ha scelto proprio lui di tornare in strada, rinunciando ad una molto più “comoda” carriera nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro, di cui è stato per anni una giovane “promessa”. Ma del resto, con una moglie e due bimbi piccoli a casa, bisogna per forza guardare anche alla “pagnotta”, non solo alle medaglie…
Escono in perfetto orario dalla caserma.
“Verona Pavia 21, siamo in uscita” annuncia per radio Armando.
“Ricevuto. Zerosedici, buon lavoro” risponde solerte la sala radio.
La mattinata scorre liscia: un paio di controlli al casello autostradale di Padova Est; il solito incidentino e l’immancabile contravvenzione ad un camionista che non ha rispettato il segnale di “stop”. Ma c’è sempre quel servizio di antirapina da fare, per cui alle 9:30 il furgoncino della “Stradale” si dirige verso Ponte di Brenta, una zona di Padova che è a metà tra una frazione autonoma e un quartiere del capoluogo. Lì vi sono banche, un paio di gioiellerie, un’armeria: tutti bersagli possibili per il delinquente di turno. Il furgoncino imbocca via delle Ceramiche, una stradina stretta e tortuosa che dall’arteria principale porta verso i binari della ferrovia: un posto buono per “mollare” auto che “scottano”. La pattuglia raggiunge la prima curva stretta a destra e lì nota una Fiat 128 bianca con due persone a bordo ferma sull’altro lato della strada. Sarà stato perché la macchina è parcheggiata contromano, sarà stato per le due facce da galera che vi sono sedute dentro, fatto sta che Armando decide di controllarla. Antonio ferma il mezzo sulla destra: entrambi i colleghi scendono, indossando professionalmente e diligentemente il berretto. Armando si avvicina mentre Antonio resta leggermente defilato.
“Buongiorno. Favoriscano i documenti, per favore” intima il capo pattuglia.
I due se ne escono con due patenti di guida che “puzzano” di contraffazione lontano un chilometro. Armando se ne accorge; loro si accorgono che lui se ne è accorto. Uno dei due si chiama Carlo Picchiura: è una gran brutta bestia, uno che fin dagli esordi ha aderito all’ala “dura” delle brigate rosse mettendosi in evidenza per la sua violenza e per la sua spietatezza. In quei giorni è a Padova per fondare una “colonna” brigatista locale: un futuro leader, insomma. Ha con sé una Beretta calibro 7,65 con la matricola abrasa e il colpo in canna e non esita ad usarla. Appena Armando gli volta le spalle per dirigersi sul furgoncino per i controlli di rito, scende rapido dalla vettura e apre il fuoco. Antonio, che stava seguendo la scena, viene colpito subito e crolla a terra senza un lamento, fulminato da cinque proiettili: il suo berretto diligentemente indossato rotola lontano, vicino ad un muretto bianco. Armando si salva solo grazie ad un balzo che lo pone al riparo del furgoncino e grazie al fatto che la pistola di Picchiura si inceppa. I due si separano: il primo terrorista riesce a fuggire, mentre Picchiura tenta una fuga disperata verso i binari della ferrovia. Armando fa a tempo a urlare tutta la sua disperazione alla radio, poi inforca una bicicletta di un uomo che stava sopraggiungendo e si lancia all’inseguimento della belva. Lo riesce a raggiungere, a placcare e ad ammanettare. Quando torna al furgoncino, in lontananza si odono le sirene delle “volanti” e dell’ormai inutile ambulanza.
Così è morto l’appuntato di P.S. Antonio Niedda, in un caldo mattino di tarda estate che tutto lasciava presagire tranne quello.

ISPETTORE SUPERIORE ROSARIO SANARICO
19 febbraio 2016, ore 16:40.
E’ una meravigliosa serata invernale, il sole sta rapidamente tramontando alle spalle dei Colli Euganei inondando il cielo di fiammate gialle, arancioni, vermiglie. Sul fronte delle ricerche del corpo di Isabella si profila l’ennesima sosta in vista della notte. Alla diga foranea di Stra i Vigili del Fuoco stanno issando sul carrello il loro gommone. In acqua resta quello della Polizia. Rosario Sanarico decide di compiere un’ultima perlustrazione proprio a ridosso dello sbarramento della diga: si cala in acqua legato alla sagola di sicurezza manovrata dal collega che rimane sull’imbarcazione e si immerge. Sul fondo, ai lati dello sbarramento mobile costituito da due grossi portoni in acciaio, ci sono quattro tubi regolati da una turbina: servono per riempire o svuotare il bacino di transito delle imbarcazioni che devono proseguire verso Venezia, dal momento che tra le due provincie c’è un dislivello dell’acqua di più di cinque metri.
Cosa sia successo, ancora oggi non è chiaro. C’è chi parla di un’improvvisa attivazione di una turbina (il cui timer non era stato disattivato), c’è chi arriva a indicare perfino una disattenzione del sub. In ogni caso, improvvisamente la sagola tenuta in mano dal collega in superficie si tende come una frusta facendo compiere al canotto un’improvviso balzo in avanti, tanto forte da farlo schiantare contro le murate in cemento della barriera. Il collega si salva per miracolo. Ne seguono grida di aiuto. Tutti si precipitano in acqua, i Vigili del Fuoco calano di nuovo il loro battello, tutti si aggrappano a quella sagola tirando come muli. Ma sembra agganciata a un sasso, non si riesce a tirare su niente. Sanarico resta in queste condizioni per più di mezz’ora, trascorsa la quale viene riportato in superficie. Sul posto c’è già l’ambulanza medicalizzata: il poliziotto è incosciente ma ancora vivo. Iniziano le manovre di rianimazione avanzata: non appena l’attività cardiaca sembra stabilizzarsi viene caricato a bordo dell’ambulanza e trasportato sotto scorta all’ospedale di Padova dove in area rossa lo sta attendendo un’equipe munita di un’apposito macchinario del Centro Iperbarico utilizzato proprio nei casi di annegamento.

Ippodromo le padovanelle
Padova. Il 2018 ricorre il 18° anniversario della morte di due agenti della Polizia di Stato, Giordano Coffen, 22 anni e Giovanni Borracino, 33. Caddero sotto i colpi dei fucili a pompa di un gruppo di rapinatori al ristorante “Le padovanelle” nell’aprile del 91. Il sig. Questore di Padova con una schiera di Funzionari ed i colleghi della Squadra Volanti hanno partecipato alla commemorazione in presenza dei familiari delle vittime.

MARCO NARDO
Cerimonia di commermorazione della morte del poliziotto Marco Nardo a Padova 25 novembre 2017

TRAGICO INVESTIMENTO.
Il 21 novembre del 1996 alle 6 e 30 del mattino, l’assistente capo di polizia Marco Nardo, inseguendo un malvivente che aveva appena scippato con violenza un’anziana donna, è stato investito all’incrocio fra via Facciolati e via Gattamelata. È morto dopo quattro giorni a seguito delle ferite riportate.

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